La fondazione Mia Martini ha deciso di raccogliere tutte le informazioni necessarie per la riapertura delle indagini per stabilire non le cause della morte, ormai note, ma per scoprire chi ha ucciso Mia Martini.

Le indagini, svolte dal maggio al luglio del 1995, si concentrarono subito ed esclusivamente nell’accertamento delle cause della morte dell’artista. Un giovane sostituto procuratore, cauto e timoroso, chiese al medico legale Massimo Cristina, anatomopatologo di Busto Arsizio, di eseguire un’accurata autopsia e le indagini sui capelli per stabilire se Mia Martini assumeva abitualmente cocaina.

Il sostituto procuratore Luca Villa ebbe subito le idee chiare. Già la sera del 14 maggio 1995, intervistato dai cronisti, uscendo dalla casa di Mia Martini, dichiarò secco: “Per il momento posso solo confermare che la causa del decesso è per overdose di cocaina, quella contenuta nelle due boccette di vetro trovate vicino al corpo della donna.”

Dopo circa due mesi, il risultato delle analisi non poté essere diverso da quello che, dai primi minuti, sembrò evidente al sostituto procuratore. “Non è stato un collasso cardiocircolatorio a uccidere Mia Martini”, dichiarò il medico legale Massimo Cristina, ”bensì un’insufficienza cardiorespiratoria, conseguente all’assunzione di cocaina”, aggiungendo i particolari delle analisi tossicologiche e farmacologiche che cancellarono ogni dubbio sulla vera causa del decesso. L’esame dei capelli consentì di accertare che negli ultimi sei mesi la cantante aveva consumato cocaina con regolarità.

E allora? Stabilire che un uomo è stato ucciso con una pistola 7.65 non significa ovviamente scoprire chi gli ha sparato. Eppure, le indagini di allora non si spinsero mai oltre l’accertamento delle cause della morte.

Nessuno si chiese in che modo arrivò in casa di Mia Martini quella ingente quantità di cocaina, nessuno eseguì indagini sulla qualità della stessa, se fu tagliata con eroina o con altre sostanze, e su chi compì questa operazione. Nessuno si chiese in compagnia di chi Mia Martini trascorse quella ultima sera.

Nessuno degli investigatori si pose queste domande perché dieci giorni dopo la scoperta del corpo di Mia Martini, con altrettanta sicumera, il sostituto procuratore, che rinvenne sotto il fax, posto sul tavolino nel corridoio di casa, un block notes, sul cui primo foglio era scritto: “Sono stanca. Non vale la pena vivere. Voglio morire”, ebbe la prova della volontà di uccidersi di Mia Martini. Secondo un’altra versione, sul primo foglio del block notes erano scritte ben dieci righe con una penna stilografica nera, firmate Mimi.

Anche in questo occasione fu commissionata una perizia per stabilire a quale periodo potesse risalire quella dichiarazione di stanchezza, quella voglia di morire. Anche stavolta la perizia diede ragione ai pregiudizi del sostituto procuratore Luca Villa: Mia Martini ha scritto quelle dieci righe, il cui contenuto esatto è rimasto ignoto, la sera stessa che ha assunto dosi letali di cocaina.

Mia Martini, per la storia che sinora è stato possibile scrivere, che si è voluta frettolosamente scrivere, si è uccisa, assumendo dosi di cocaina in modo compulsivo.

Pensando a questa ricostruzione, superficiale e semplicistica, coerente con l’idea dell’artista “maledetta”, Mia Martini avrebbe preso la ferma decisione di uccidersi, ma l’avrebbe portata a compimento puntando sulla sua cattiva sorte, che a giudizio del mondo intero non le è mai mancata.

Perché, come sanno bene i cocainomani, e come dichiarò all’epoca il medico legale Massimo Cristina “Le morti per cocaina sono rarissime, ma quella droga può contribuire alle insufficienze respiratorie”.

Quindi Mia Martini aveva deciso di uccidersi, aveva scritto il suo bel foglietto, non l’aveva messo in evidenza, ma nascosto sotto un fax (furono necessari  10 giorni per trovarlo), e per non essere considerata una donna banale non scelse uno dei metodi tradizionali (cfr.  dati Istat agosto 2012) per uccidersi. Scelse di uccidersi assumendo dosi di cocaina, puntando sulla sua innata sfiga, correndo il rischio di salvarsi.

A nostro avviso la verità è un’altra. È quella descritta nelle cronache di quei giorni “Quando se n’e’ andata stringeva fra le mani un foglio con la scaletta della prossima serata e sulla testa aveva la cuffia del walkman: ascoltava una delle sue indimenticabili canzoni”.

Secondo noi, chi stringe tra le mani un foglio con la scaletta della prossima serata ha solo voglia di continuare a cantare. Per sempre, a dispetto della sfiga.